simone molinaroli

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Cani al guinzaglio nel ventre della balena”, Ass Cult Press, 1997, 2001, 2004
lettura di Giuseppe Cornacchia


Simone Molinaroli, 1970, pistoiese, manifestava nel 1997 una già chiara autonomia rispetto a ciò che qualche anno dopo si sarebbe detto al suo meglio generazione: anni ’90 secondo una prospettiva soggettiva ma non intimista (“La prima cosa, le righe della camicia / ma il resto è attenzione”, “Ero immerso nel crepuscolo / quasi il mio oceano distante / dal macello umano fologorante”), una missione definita (“Su un treno luminoso / torno uomo dissidente”), un insieme radicato di relazioni (“tornare da Scandicci è tempo perduto / acido – rimmel – occhi di sciacallo / tatuaggio e artigli felici.”), una scrittura a scatti efficace soprattutto negli incipit (“Oggi è finito l’inverno / ma senza inutili commiati”, “Il culo sudicio d’aprile / e le bestie proletarie / inghiottono merda / sul fondo di un amaro.”) con qualche smagliatura discorsiva legata forse ad esigenze di oralità performativa (“la cosa più bella vista ultimamente / - armonia, ritmo, velocità d’esecuzione - “) ma assai densa nei testi più riflessivi (“depresso sulla spiaggia / come un rauco muezzin / a guardare la mareggiata / divorare l’arenile”).

Ne viene fuori un complessivo senso di vitalità un po’ sciupata in vitalismo (“Piedi nudi di ubriachi / e popoli fuori concorso / al festival / del dissolvimento indolore”), focalizzato nella conclusiva Lungomare vuoto di Follonica (“Lungomare vuoto risacca dub / sono un rappresentante di vibratori / deraglio cromosomi / sulla battigia infelice / dei mutanti. / Lungomare vuoto di Follonica / articoli in latex sparsi sulla sabbia / un cameriere sbiadito / serve il conto. / La seconda visione / di fame perduta / e scarpe di cemento / a fondo del mare.”), probabilmente il testo più riuscito e rappresentativo di un libretto da conservare e riaprire a spizzichi, verso a verso, così da cogliere succhi autonomamente da tutti i rivoli: numerosi sono infatti gli appunti che si potrebbero ancora sviluppare e le aperture da seguire, a testimonianza di una notevole capacità autoriale di osmosi e polisemanticità. Un autore, Molinaroli, poco incline al letterario, capace di fotografie più simili a tac che a belvedere paesaggistici, di timbro deciso ed elettriche folgorazioni. 

La successiva raccolta (“Neurovegetazione”, Ass Cult Press, 2001), più breve, spinge verso una rabbia sublimata in almanacchi (spiega il mondo, più che viverlo o semplicemente raccontarlo) e verso la necessità di dare un senso discorsivo ad elaborazioni ormai scadute; una dedica a se stesso, pare, come voler mettere suggello ad un periodo che mano mano si allontana (“Sangue mio nell’erba / sulla calce al limite del campo / il maori si tuffa / io sono morto / come un pomeriggio al cinema / senza sigarette”).

--- diritti riservati, ottobre 2004 www.nabanassar.com  --- 

Stanate la speranza e giustiziatela sul posto.
Su Il crollo degli addendi di Simone Molinaroli

di Chiara De Luca 

Durante la presentazione bolognese del Il crollo degli addendi, David Napolitano, poeta e compagno di Simone Molinaroli nell’avventura di Ass Cult Press e Enduring Poetry, mi chiedeva se io non pensi che ci sia conflitto tra il ruolo di scrittore e quello di critico letterario, e quali siano i miei criteri di giudizio quando mi avvicino ad una poesia. 
"Le opere d’arte sono di una solitudine infinita", scrive R.M. Rilke nelle Lettere a un giovane poeta, "e nulla può raggiungerle meno della critica. Solo l’amore le può afferrare e tenere e può essere giusto verso di loro". E l’unico modo possibile per leggere Il crollo degli addendi è proprio l’amore, quale principio vitale, "come l’eterna pulsazione / che rende giovani e immortali", energia che avvolge, stringe e che segna, come pare simboleggiare la bellissima illustrazione di copertina di Gigi Fagni. 
Perché quella di Molinaroli è una poesia che chiama, che quasi aggredisce con la sua vitalità, la sua valenza comunicativa forte, spesso dissacratoria, che colpisce a segno senza giri di parole o sotterfugi e mascheramenti letterari. È una poesia diretta, immediata, franca, come lo è Molinaroli stesso, come lo è l’introduzione al Crollo, che provoca, quasi "aggredisce" il lettore:

"Sono altro da ciò che vedete / ho già piegato il bancone con i miei desideri / ho già scolpito l’universo con queste mani gentili / e non aspetto che voi e la vostra vita da invadere / non aspetto che di vedervi / implorare un carnefice affascinante / che esegua lo spartito / della pena che preferite". 

Quella che si chiede al lettore non è dunque un’attitudine passiva, meramente ricettiva, bensì una partecipazione, l’impegno ad andare a fondo nella materia ardente di questi versi, in quel dolore così concreto che "avrà sempre / l’odore del mentolo su un volto rasato". Occorre dunque non tirarsi indietro, non avere paura, così che "Se il male deve essere / che sia male irrimediabile / e non lamento annoiato / che sia rovina materiale / e non crollo teorico". Soltanto una volta posti davanti al male – quella pena di cui Molinaroli nell’introduzione si offre di "eseguire lo spartito" – è infatti possibile aggredirlo: "Con il palmo della mano sinistra / saluto il male / come l’amico più caro / lo accolgo nella stanza segreta / e con l’altra mano / quella – per me, mancino – inadatta / lo uccido. / Pace". I versi di Molinaroli rispondono in pieno a quella che è a mio parere la funzione primaria della poesia: comunicare. È il motivo per cui sembrano scritti espressamente per essere letti ad alta voce, dal momento che: "C’è poco da fare / se non essere ubriachi fino / a non ricordare / la gentilezza dell’odio in manovra / la strategia raffinata / dell’azione che non ricorderemo / se non è forte abbastanza / da diventare una tradizione orale / che noi stessi racconteremo / come una storia senza padrone". Sono versi che possono essere musicati, seguendo il flusso dell’energia che si espande dall’inizio alla fine del libro, tenendo in tensione la parola, senza cedimenti. Ma sono anche versi in cui il fuoco è contenuto nella forma, senza tuttavia esservi confinato. E non mancano immagini metaforiche forti, (p. es.: "le madri sono fiori di carta / impollinate da api meccaniche"), che bilanciano armoniosamente le espressioni del parlato e le sfumature sarcastiche ("La stranezza è la comica forza / del dispiacere fatto in casa / progettato con l’ingegno del divano / e la gentilezza della carta igienica").
Come dicevo nell’introduzione al Crollo, la poesia di Molinaroli non lascia spazio all’illusione salvifica ("radete al suolo i cinema / stanate la speranza / e giustiziatela sul posto"), rifugge sentimentalismi e pietismi di maniera, che vengono piuttosto colpiti e smascherati: "L’uomo che dorme in I.L.H. è il / fratello di hai qualche moneta / le monete mi servono per il pedaggio autostradale / e sei un mendicante in franchising / la vita ti ha scippato la vita / hai firmato un contratto per lo / sfruttamento d’immagine di un barbone…". 
Ciò che pervade questi versi è uno slancio incontenibile per "la regina della festa", la vita, da viversi a fondo anche nel dolore, anche quando lei "era lì davanti / a inforforarci le spalle / di verità schiaccianti". Ed è dallo stesso slancio che scaturisce anche la rabbia, la rabbia di chi non accetta che la vita sia svilita e strumentalizzata, neppure nello scoraggiamento più profondo, in cui una fede comunque persiste. Non si tratta però mai né di afflato mistico, né di religione, il cui "potere indiscusso" "si manifesta / in ogni esecuzione". Si tratta piuttosto di una fede diffusa nella capacità dell’uomo di vivere ogni cosa fino in fondo, di sentire fino alla consunzione, "anche se / abbiamo tutti amato / qualcosa che non esiste / e maledetto la speranza / e l’attesa incalcolabile dell’avvento / di un regno, di una parziale salvezza. / Abbiamo tutti amato / qualcosa che non esiste. / Per questo, sopravvissuti."

da FARANEWS - Numero 76 - Aprile 2006


Una lettura
di Chiara De Luca
introduzione a "Il Crollo degli Addendi", Ass Cult Press, 2005
Dal primo momento in cui ho incontrato la poesia di Simone Molinaroli, sono stata colpita da una energia dirompente che la abitava, dal desiderio incontenibile che manifestava: il desiderio di dire ed essere compresa, nel senso di un abbraccio, di un abbandono alla sua forza trascinante. Già i primi libri di Molinaroli sono ventosi, pieni di slancio comunicativo, ma ne Il crollo degli addendi si riscontra una maturità maggiore, un accentuato controllo, nato, oltre che dal lavoro ai testi, anche dalla materia del nucleo tematico: un nucleo incandescente che muove dall’esperienza più profonda di Molinaroli, una musica che nasce dalle corde più segrete, e viene poi accortamente modulata per essere portata all’altro come un dono, anche terribile, ma incondizionato, e in quanto tale vero, come la poesia chiede che sia.
-Questa istanza comunicativa mi pare confermata anche dal modo indissolubile in cui la poesia si intreccia con la vita dell’autore. Invece di lamentarsi del fatto che il pubblico della poesia diviene sempre più esiguo, e che la poesia non suscita interesse nella società contemporanea, Molinaroli, più umilmente fiducioso nella fame di verità che si cela nel correre quotidiano, sfrutta tutte le potenzialità dei suoi testi, dona loro la sua voce, il suo corpo, la sua gestualità. Come un musicista compositore, nonché cantautore, Molinaroli viaggia per tutta Italia con i reading itineranti di Enduring Poetry. E la sua è in effetti una poesia che resiste, sopporta, ma non si lamenta, bensì si ribella al dolore, così come alla chiusura supponente che così spesso ci avvicina al silenzio. È una poesia che si forma nel cratere, prende slancio ed erutta all’esterno, investe, coinvolge, tira dentro.
C’è in questi testi un desiderio forte di comunicare, un’apertura completa, senza nascondimenti, senza il facile e all’apparenza furbo ricorso a orpelli letterari o abbellimenti linguistici. C’è un linguaggio accuratamente vagliato, che coniuga la materia linguistica del quotidiano con l’equilibrio formale, la ricerca stilistica e la potenza evocativa, fondata su immagini visive, nitide, forti e precise, luminose, anche nella loro intermittente oscurità, al punto da essere a volte insopportabili. Dunque efficaci, reali. -
Nel luogo del dolore Molinaroli non cerca escamotage consolatori («stanate la speranza / e giustiziatela sul posto»), non cerca palliativi né rimedi per attutire il male, ma gli si getta contro prendendo fiato, per viverlo a fondo. E in quel fondo anche la parola perde la sua sacralità, diviene inerte, lascia spazio al corpo che si difende, perché «Di lì si accede a una stanza / dove il respiro si amplifica / e la parola si sgrana / come fedeli che si precipitano / fuori da una chiesa per vedere / un incidente automobilistico».
Nel luogo del dolore anche la ragione non ha potere, diviene testimone di un’implosione di senso, rilevatore passivo del proprio stesso sgretolarsi di fronte a quanto di percettibile, eppure inarrestabile, avviene nel corpo: «La ragione in regalo ai sofferenti / non arresta l’ossidazione del pensiero / una quota pari / alla millesima parte di un sorriso / non risolleva l’economia / di un corpo sfinito». È «l’economia del corpo», dunque, a dettare legge, a vincere ogni possibile giustificazione razionale del dolore, in cui il conflitto tra sangue e pensiero, corpo e ragione, si acuisce, in cui «La carne brucia la conoscenza / mentre il cervello se ne nutre». Non resta dunque che affrontare la realtà «a cuore duro», perché «Se il male deve essere / che sia male irrimediabile / e non lamento annoiato / che sia rovina materiale / e non crollo teorico». Soltanto ammettendo la presenza del male, soltanto stanandolo e facendolo uscire allo scoperto, andandogli incontro, lasciando che pervada il nostro intimo, è possibile conoscerlo, dunque fronteggiarlo, infine sconfiggerlo. Soltanto così - e non quando «canta l’ovvio/ al posto della gola» -  si può conseguire la quiete: «Con il palmo della mano sinistra / saluto il male / come l’amico più caro / lo accolgo nella stanza segreta / e con l’altra mano / quella – per me mancino – inadatta / lo uccido. / Pace».
Il conflitto tra sangue e pensiero si attesta anche nel contrasto tra parola e silenzio, tra l’esigenza di dire e la forma che «[…] vuole un silenzio / che somigli alla discrezione / come il terrore / alla saggezza /». Eppure «la fitta alla mascella» induce a dire la ribellione, mentre «i sordomuti fanno il loro dovere / osservando attentamente / senza essere sviati / dall’abbondanza di rumore / dalla tentazione di dire».
In Noi che siamo morti raggiungiamo con Molinaroli il nucleo del dolore, il magma incandescente. In questa sezione aumentano dunque le immagini forti, infuocate. Il dolore è stato fatto uscire allo scoperto, al centro del campo, dove mostra il suo volto che è anche «il volto e il dolore di un arbitro vivo», che «scrisse la fine e non la sospensione», portando il dolore al parossismo, senza possibilità di ritorno, senza concedere tempi supplementari.
Solo con l’accettazione della fine, che prelude alla mesta dispersione dei giocatori dopo la sconfitta, è possibile rinascere, o meglio nascere differenti («- sono nato quando mio padre / alzò due dita in segno di vittoria / per salutarmi prima di morire –»), ma senza poter dare un nome all’accaduto («per vedere la pulsione che sbrana / il teorema del reale e i suoi professori»).
Il male colpisce infatti senza un preciso intento, senza una giustificazione logica, colpisce a caso, inavvertitamente, colpisce soprattutto chi non se lo aspettava, chi si credeva al sicuro, e resta dunque senza difese: «La pioggia cadeva con scientifica / e malvagia precisione. / Bagnava soprattutto chi odiava la pioggia / chi si riparava o correva ai ripari / perdendo il privilegio degli attendisti».
Il poeta nasce allora «[…] dove nessuno ha cercato la parola / o il suo rimbalzo di gomma», e proprio con la complicità della pioggia (il dolore), mediante l’ammissione della sua esistenza e del suo potere, uccide «in extremis» il postino che reca «quelle scritte da chi ambisce / alla salvezza, a ribaltare il risultato» quando ormai invece il crollo degli addendi si è compiuto.  
---diritti riservati, novembre 2005, Chiara De Luca
 

 

Neurovegetazione/Simone Molinaroli/Ass Cult Press 2000
Ha senso parlare ancora oggi di poesia? Disossando, scarnificando. Si. Come specchio che rifletta un’Anestesia Generale del sé. Un Narciso lobotomizzato che si dibatte tra i piaceri della Caduta e il dolore della coscienza. Ma parlare di poesia, è già Poesia? In questa parola, che è intenzione – il potere è tutto lì! -, risiede già il contenuto assertivo di questa dimensione? Si. Vegetazione di Neuroni sempre più simili ad uomini, sempre più stanchi, nelle loro disperate ramificazioni orizzontali, nel loro essere collegati da fibre – sono più le invisibili/elettriche che quelle materiali/nervose -, nel loro maturo cascare dall’albero quando è ora. E’ora!. E Ora? Neuroni che producono sintassi, come omologhi schemi di legami chimici, come luce materializzata, verso i nostri antichi progenitori fotonici. Sono versi apocalittici, millenaristici, col gusto del paradosso (fine secolo!) e del definitivo. L’epitaffio sulla Tomba delle Parole. Nello scenario di una natura morta, che muore in divenire – death-in-progress -, Simone si muove come un Bambino Apolide in una comunità di plastica. Si piange la musa di cui si è spento pure il ricordo. Bello.
Joele Valenti
succo acido marzo 2002

A RAGION VEDUTA
una introduzione di david napolitano a "Neurovegetazione", Ass Cult Press, 2000
Un insieme divinatorio non interpreta la realtà: ne dà le sue immagini, senza creare paesaggi interiori , di riflesso. Non è la natura che si rispecchia nell'anima, è la zona più forte del vivere che si manifesta all'esterno. Questa volta le visioni dentro sono più forti di quelle fuori. 
Un azzardo: la Neurovegetazione, la comunicazione tra le parti più piccole del sensibile, come denuncia di vita. La comunicazione essenziale e comune, l'unico fondamento di un edificio emotivo in grado di sostenere l'universo interiore di chi assorbito il gancio, sente ancora la necessità di spendere l'energia della poesia per manifestare la bellezza di questo grado del vivere, indistruttibile, anche nella sconfitta.
I cani escono dalle caverne oscure della balena, addestrati e  inferociti sono un commando che non stermina, ma strappa i veli del reale, ne indica la vera portata distruttiva e le zone da colpire. Come tutti i corpi speciali, votati alla sconfitta, nel loro stile, ma non prima di aver portato a nudo le parole e le situazioni che si assestano sulle posizioni della realtà vissuta. La Neurovegetazione è la risposta al genocidio e a qualsiasi globalità emotiva con grandi insegne alle pareti, ma con lastre di giaccio troppo fini per sopportare il peso del singolo che si proietta, comunque, vivo.
Malgrado ogni lager.

da www.uozap.com aprile 2001 di Massimiliano Zambetta su "Estate Indistruttibile" Ass Cult Press, 1999, 2004
Il tempo è prezioso
chi non lo sa
o dice il contrario
non ha vissuto la differenza
tra l’importante e il fondamentale
tra la sfida della gioia
e quattordici ore
in un ristorante in riva al mare.
Non c'è niente di meglio di questa poesia estrapolata dal testo a riassumere il plot di questo romanzo breve. È impressionante la rabbia che Molinaroli riesce a esprimere e a evocare. Non è niente di plateale, non ci sono gesti eclatanti: è qualcosa che scava piano piano dentro di te e lascia inesorabilmente il solco, per il sole preso in testa montando il palco per la festa dell'Unità a due lire all'ora, per le facce di merda servite al ristorante di cui sopra, per quello che non si riesce a fare per noi stessi.
Non aspettatevi niente di lamentoso, Molinaroli non è mai laconico o nostalgico, è solo un buon osservatore delle miserie proprie e altrui, morali e materiali, naturalmente senza piangersi addosso. Piangendo per terra.
ps
Ho scoperto ass.cult.press in un momento di aperto e plateale cazzeggio sul lavoro, scriverò di loro altre volte, intanto fatevi un giro anche voi su: http://www.asscultpress.too.it

da www.raccontieletteratura.net aprile 2001 di Antonio Veneroni su "Estate Indistruttibile" Ass Cult Press, 1999, 2004
C'è la musica, quella rabbiosa di Jeff Buckley (figlio di Tim) e di Iggy Pop, c'è il foot-ball, la rabbia della strada, c'è il "cogli l'attimo", un po' di piagnisteo da cultura dell'emarginazione, l'esaltazione e la mortificazione dell'essere diversi (ma sempre con la televisione in tasca), c'è l'assolutismo, il risolutismo, il manicheismo, c'è la confusione, tanti e tanti pensieri interiori ancora ermetici ai lettori, un po' di pressapochismo, ermetismo, massimalismo, tanto Io Io Io Io, edonismo, un pizzico di Nietzsche, di Vasco Rossi e di Barry Mc Guire (Eve of Destruction), tante parole, parole parole senza Mina, il malessere della provincia, la vita come partita di calcio, giochi a somma zero (o si perde o si vince), il tutto buttato dentro uno shaker, agitato ben bene ma con cautela e versato lentamente, molto lentamente, altrimenti tutto scoppia, come una bomba atomica, e bere tutto d'un fiato, senza pensarci su, preso per quello che è, senza analisi, accettando lo spirito dell'autore, le sue cose belle e le sue cazzate, insomma: "essere quello che si è", senza riserve, senza logiche razionali, gustando l'infantilismo, gli sfoghi di nicchia, anche le stupidate e cullarsi nel ritmo, soprattutto l'ultima parte, nelle indovinate locuzioni, nel piacere e fastidio di entrare nel cuore di una persona e vederla così come è. Tutto, nulla di più nulla di meno. E' molto.
P.S.
Il problema è: uno stile così permette un altro racconto?



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©Simone Molinaroli 2006 
molinaroli[at]asscultpress.com