vigilavo
vigilavo l’andazzo dei giorni
supplente dei tuoi occhi chiusi,
vegliavo l’andirivieni delle stagioni
il susseguirsi dei capoversi,
gli effetti speciali,
le virgole i punti
le chiose inderogabili ai versi.
in cambio mi hai rassicurato ogni mattino
che il nord fosse esattamente
dove l’avevo lasciato,
senza mai chiedermi
perché lo volessi sapere.
che tanto no
n avrei sapu
to rispon
de
re.
l’esercito
in posizione di riposo era intuibile
lo sterminio cui si andava incontro
perfino al ragazzo ritardato
che portava lo stendardo
fu data un’arma per tirarsi un colpo
se diventava superfluo
morire con orgoglio.
Il re stesso ispezionava l’esercito
con una merda di piccione
proprio dove riluceva l’elmo
il nemico
il mio sonno confina da ogni lato
con stati di allerta e diffidenza.
Il nemico è alle porte,
e non si pulirà le scarpe.
lavorare nella “comunicazione”
c’è una diarrea consona
anche alle sere di gala.
La differenza con le altre
sta nell’ufficio stampa.
logica
chi punta alla “speranza di vita media”
brinda
coerentemente
alla morte del lattante
sete
non voglio dragare cadaveri
in cerca d’acqua
difenderò con le unghie questa alluvione