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da "Il Crollo degli Addendi" di Simone Molinaroli

IL CROLLO DEGLI ADDENDI

1.
L’esame integrale prende
il posto all’intemperanza
la redazione di mille 
referti autoptici e mille
richieste di resurrezione
è l’impiego offerto
in questo caso.
Il crollo degli addendi
atterrisce il risultato
la semplice addizione muta
nell’ingorgo di teoria impraticabile
un’erba dove il pallone
non balza
una domenica che 
ti rimandano a casa
con un tagliando per 
la ripetizione in un
pomeriggio di prassi
e strette di mano.
Il crollo degli addendi
mortifica il risultato
come un figlio abbandonato
da genitori acquistati
al prezzo caro
di un debito insanabile.

1.1

Il costo di un equivoco
non si può conoscere
si accresce come il rancore
e deruba la compostezza 
dei suoi spiccioli.


2.
Il magone oceanico
la convulsa trasversalità dell’odio
le madri sono fiori di carta
impollinate da api meccaniche
il senso tradisce i giocatori
distratti dalla nave che parte.
L’ombra sopravvive ad ogni conoscenza
e la fame umilia ogni cena.
Nascondendo gli addendi 
il risultato non cambia
ma si fa scuro nel volto
quando cedono alle lusinghe
di una sottrazione.
I figli bruciano
invece di ardere dal dentro
i padri concorrono al quiz
dove vincere comporta nulla.

2.1
Il puzzo di ubriaco
cela l’assenza di dolore
il bicchiere morto tra i disguidi
accenna la canzone di chi
lontano dal progresso
si asserraglia in un sorriso distrofico.



2.2
La stranezza è la comica forza
del dispiacere fatto in casa
progettato con l’ingegno del divano
e la gentilezza della carta igienica.
La debole corrente
di vizio e noia
supera l’ostacolo finale
....

2.3
C’è un addetto che scava
sotto i piedi
con ritmo costante
e buonumore da occupato
creatore di voragini e isolotti
e invalidi fuori moda
che compagni un tempo
si detestano adattati
al buco che l’addetto
non smette di scavare
sotto i piedi e tra i compagni
con disumana fierezza
e comprensibile orgoglio.

2.4
Questo scherzo dura quasi quanto
un funerale
senza avere la grazia e la consolazione
dell’inevitabile.
Cadono molari dalle bocche
come inseparabili ubriaconi
sul gesto esanime di saluto
e comprensione.

2.5
Un giorno di sole aggressivo
la faccia partorisce idee
i muscoli idee contrastanti
i nervi la teoria che le distrugge tutte.
L’azione è il lavoro
e la fine del lavoro
il trauma l’ossessione 
il set di coltelli affilati
uno scempio di atomi e fioriere
la speculazione inefficace
di un aereo a vapore
la memoria infallibile
degli organi interni.
Chi cerca la pace
trova il dente rotto
lo sperone del cavaliere 
e il cavallo morto.
Chi guarda lontano
vede la luce e s’acceca
sospetta un intervento esterno
ma di solito sente il caldo
pensa il caldo 
maledice con arbitrio ragionato
e colpisce l’incolpevole.
Solo il vomito e l’omicidio
restituiscono un po’ di sudore 
e la dignità.

NOI CHE SIAMO MORTI

Siamo morti con la saliva sulle mani
e la ricevuta di un sarto nella bocca
assolti da ogni accusa
le scarpe giocavano ancora
pulite poco lontano.
La folla spendeva attenzione
ricordando il non saputo
-una fotografia che è una guida al dolore-
e schiamazzando violenta la vita.
Noi che siamo morti
non ricordiamo quel che non è
la ghiaia
quel che è stato
sotto la ruota anteriore
noi non ricordiamo
noi non ricordiamo
i morti non hanno ginocchia da piegare
non scattano istantanee 
fumando-una radio che suona-il sole-il lungomare
i morti non hanno conti da pagare.
Noi non ricordiamo quello che non è
noi non ricordiamo quello che è stato
noi siamo una lettera sequestrata
siamo l’orso che dorme
il fastidio iniziale
di un rumore di fondo.

3
C’era puzzo di mastino bagnato
l’occidente faceva catenaccio
noi ci accordammo
per lo zero a zero
che seviziava le passioni.
Poi venne il morso
quel fraseggio di intenti 
che annoiava anche l’arbitro.


3.1
Il morso e la ferita
l’inganno di una finestra nella carne
di una veduta sul cortile della passione.

3.2
L’arbitro annoiato
ci mandò a casa
sotterrò il fischietto a centrocampo
e si uccise
impiccandosi alla traversa.
Nella trincea retrostante
un’orchestra
improvvisava una comica indagine
noi ci disperdemmo
come i pesci quando il sasso
come le nubi
quando il vento.
Spazzati dalla vergogna
dell’impero restò la sospensione
il non compiuto il freddo
la mano giudiziosa del suicida
l’attesa della ripetizione.

3.3
Il referto diceva chiaramente
-sospensione per sopraggiunta morte dell’arbitro-
ma noi eravamo li
sull’erba con quell’orchestra di vigili
che suonava il sospetto e la speranza
che tutto finisse come in realtà finì.
Noi sull’erba vedemmo la mano
che scrisse la fine vedemmo il gesto
il volto e il dolore di un arbitro vivo.
Lui scrisse la fine e non la sospensione.
Scrisse la volontà ignorata di cessare l’imbroglio
la necessaria dispersione di tutti
lo svuotamento dello stadio.
Noi eravamo i giocatori
quelli che ascoltavano l’orchestra 
noi eravamo sull’erba e vedemmo la mano
noi siamo i dispersi senza sospensione
vedemmo la mano e il corpo penzolare.
L’arbitro dopo certamente era morto.


3.4
Di quel giorno ricordo la pioggia
ininterrotta dal mattino
quell’odore di carogna
l’orchestra che faceva schifo
l’erba che affogava sotto i piedi
e l’ossessione del pensiero
-sono nato quando mio padre
alzò due dita in segno di vittoria
per salutarmi prima di morire-
Non si vedeva da porta a porta
dal suo bunker l’orchestra 
suonava un triste valzerino
per quei volti come finestre chiuse.
Cadevo nel fango del coro sgraziato 
che dalla tribuna ci augurava la morte
la invocava per l’accordo irregolare
per gli attori e i complici neutrali.
Non scrissi mai il referto 
di cui parlano i libri.
La mano di un morto
non è la mano che scrive la storia
non è la mano che ricuce le ulcere
non è il fischio che sospende.
Che altri confondano la fine e la sospensione.



3.5
Non eravamo in grande forma
e anche il tempo non era il migliore
fra i tempi.
L’ingaggio non prevedeva la passione
e nemmeno l’impegno.
Ci chiesero solo di suonare e noi
dentro quella buca suonammo in verità
ispirati da una contesa che sembrava un trasloco
fatto in fretta attenti solo
a non rompere niente.
Non suonammo male
suonammo attenti
suonammo lo stesso fastidio
la stessa angoscia di chi
fingeva una partita
traslocando.
Alla fine di tutto ci pagarono.

3.6
Non si curavano del fatto che noi
avevamo pagato un biglietto
posti in piedi sotto la pioggia
per vedere la pulsione che sbrana
il teorema del reale e i suoi professori.
Quei bastardi si erano accordati
dai primi passi intuimmo che
quel giorno si limitavano i danni
annullando i guadagni.
Noi cantammo contro tutti
e quando l’arbitro si uccise
sinceramente esultammo.
La pioggia e l’orchestra
peggiorarono le cose
scivolando con noi
nell’analisi disperata dell’odio
e scivolammo
scivolammo delusi
seviziati senza piacere
scivolammo nel torpore e nell’assenza
promossi custodi del disprezzo
e scivolammo ancora
nel ridicolo supplizio di una giuria
armata e autorizzata alla vendetta
il ridicolo supplizio di sterminarci a vicenda
lasciando l’orchestra a suonare
una marcia
per un condannato inesistente.

3.7
La pioggia cadeva con scientifica
e malvagia precisione.
Bagnava soprattutto chi odiava la pioggia
chi si riparava o correva ai ripari
perdendo il privilegio degli attendisti.