lato Jacopo Andreini

PISTOIA MONO

questa è la macchina. questa è la notte. la strada, il ritorno, la montagna, le buche, gli ammortizzatori finiti, il vento ghiaccio il sonno delle 5 di mattina. le parole forti e grosse. torniamo, o andiamo, o viaggiamo, non fa più differenza. perché il punto è un altro – la vita sta andando avanti sotto le nostre gambe, e ci sembra di fare molto e invece no – francesco fa il dj ma non gli interessa così tanto, lo scopo finora è stato quello di creare delle occasioni, di far nascere roba, collaborazioni, idee, energie – trovare posti e luoghi che servissero anche ad altri. e simone scrive un sacco e cura i sensi di colpa facendo il guardarobiere in una discoteca per froci e grezzone tutti i fine settimana. e non gliene frega un cazzo della politica. e io sto allungato sul sedile di dietro e suono dappertutto, e parlo e scrivo lettere come poesie a persone uniche in mezzo mondo ma avrò il culo pesante, perché alla fine torno sempre qui. e tutti abbiamo avuto finora chili di energie indirizzate male. sprecate. che facevano star bene due cinque cento persone e basta, che le facevano star bene per dieci minuti due ore un giorno e basta. e poi dopo? e poi dopo che ne sarà di noi tre? e per gli altri come noi? non c’è un futuro in banca o da ricchi per noi. altri attuali sbandatoni hanno i soldi nel destino prossimo venturo, e quindi fanno quel che credono del loro presente. io no. noi no. quando la giovinezza finisce resta la vecchiaia. quando sei fuori tempo massimo è più dura – o è morte. e poi ci sono altre cose incontrollabili che cambiano, che girano. faranno banconote orrende coi ponti che collegheranno schiavitù, povertà e autoritarismo in un unico solido abbraccio. e mi farà male. non vorrei annegare. e anch’io odio la politica fino alla morte. non è più questione di sostituire i governanti. né nascondersi, né bombardare, uccidere, spodestare, rimettere, aggiustare. quando un corpo è cadavere non c’è dottor frankenstein che valga. sarebbe tempo di pensarci un po’ meglio. non è questione di ’68, ’77, ’90 o 2005. bisogna provarci prima di morire. e a me sono rimasti solo un paio d’anni, pochi giorni in fila che si sciolgono per il caldo, che ti tengono in giro di notte con gli occhi freschi a guardare il tempo che se ne va e te non ci fai un cazzo.

ma meglio una vita come la mia che una come quella della facce a culo che mi sorridono da giornali e schermi e disegni. meglio due genitori che si separano tutta la vita che una coppia triste che finge per stare insieme. meglio cinque minuti di padre al mese che ore di silenzi obbligatorii. meglio mille lire date col sorriso che milioni guadagnati con disprezzo. meglio acqua di fonte che champagne alla temperatura sbagliata. meglio un pasto al giorno in compagnia che continui spuntini solitari. meglio un cielo stellato che una televisione a diciotto pollici. il cielo è gratis! il vento è gratis! il tramonto è gratis! il caldo è gratis! la terra è gratis! l’acqua è gratis! respirare è gratis! correre è gratis! e non mi sono mai sentito meglio in vita mia.

"nell’82 io facevo le mie cose, perché ero sempre teso e avevo bisogno di levare il coperchio che avevo per diaframma. allora camminavo a rallentatore, e facevo delle cose con delle cannucce colorate. ho imparato i colori al posto del nero fisso. e io facevo le mie cose e la gente si fermava a guardarmi, e i poliziotti venivano da me. e io gli dicevo ‘sì, ma che c’entro io? vallo a dire a loro!’ – una volta con un metro a stecca misurai tutto un treno. al rallentatore. e mi facevo venire i tic. e parlavo alla gente guardandola in fronte, invece che negli occhi. e ridevo. io giocavo. e dopo tutti questi anni bisogna che ricominci a giocare di nuovo."

tutto un viaggio in treno con ibrahim/stefano. un contadino arabo che dopo anni di bevute e fumate fuori dall’ordinario ha avuto un figlio, e ha capito che le cose non dovevano andare in quel modo. però intelligente. sempre stato sveglio. parla per ore della terra che sta andando in malora, e il caldo che non è mai stato così. che non si torna più indietro. che quel che è perso è perso. che la televisione è fatta di culi e cosce e gente che ammazza – e che gli dico a mio figlio? che gli faccio vedere a mio figlio? e poi lui esce di casa e comincia a drogarsi già da piccolo, e non capisce un cazzo e si rovina la vita anche prima di cominciarla. un’ossessione equilibrata per la realtà. "quando vuoi dire la verità ti spengono il microfono". cazzo. CAZZZOO!!!! quando vuoi dire la verità ti spengono il microfono. poesia naturale.

sfogli paginate di aids e le poche cose che ormai riescono a colpirmi sono le mani appoggiate di una ragazza morta. foto di disperati marginali balzati per qualche caso calcolato agli occhi di tutti, ritratti da altri pazzi disperati malati finiti persi distrutti col cuore a pezzi schiantati – che usano i loro difetti come armi che usano la loro diversità come unicità irripetibile, che fanno opere in dieci copie in culo ai collezionisti – che entrano ed escono da ospedali prigioni tribunali cellulari della polizia vicoli pisciosi perché quello è ciò che gli tocca, è quello che hanno scelto di non fare. la forza di vivere in una scatola di cartone in una città distrutta e scriverci sopra "PALAZZO CERINI". la forza di essere. io sono qualcuno. io sono qualcuno. io sono qualcuno. comprare libri che parlano di perdenti sfolgoranti e tenersene trenta copie in casa, nascoste sotto il letto, da dare a chi capisce. regali di vita che altrimenti scompare nel business macinatutto. kaurismaki che mi dice che la vita è una sola. una sola. e io che faccio di tutto per viverla. alla faccia vostra.

e tutto questo non può andare sprecato. non posso pensare di perderlo di nuovo, come ho perso un intero libro ieri all’alba perché ero troppo stanco, perché dovevo cacare sennò morivo, perché il cielo era troppo limpido per lasciarlo perdere, perché avevo bisogno di sonno. ho perso quasi tutto. questo è l’eco del più bel libro che sia mai stato pensato sulla mia generazione. pulito, semplice, indistruttibile. ma se n’è andato. queste sono le briciole di pollicino. ma il bosco è sempre pieno di passerotti che se le mangiano. la strada non si ritrova sempre. rimangono solo le tracce degli alberi. pietre che credi di riconoscere sulla strada del ritorno. il bivio l’abbiamo visto. un’alternativa artistica alla politica. in culo la democrazia, facciamo quadri e impariamo da quelli come si vive. mettiamo dischi e rivitalizziamo strade indiscutibili. scriviamo e leggiamo poesie e vibriamo fino a svenire. mohammed ali: me – we.

altro giro altra notte – le prime gocce temporalesche cadono sulla strada polverosa alle 3 e 27 e batraci ranocchiano a tutto spiano. io scorro verso casa dopo un’altra chiacchierata con simone seduti tra il vento che preannunciava e dopo soprattutto litri di adrenalina e tossine offerti in sacrificio alla kocani orchestar finalmente davanti ai nostri occhi dopo anni di allenamenti con dischi e affini. andrea li vuole al suo matrimonio, perso come un bambino dietro al suo giocattolo nuovo che gli brilla le pupille per giorni interi. io ho gorate di sali minerali rappresi sulla camicia nera e brancico paste piene di cioccolata anti svenimento. – sciupafemmine. sventrapapere. stasera mettere a pecora, sodomizzare e sgozzare alla serba. e domattina colazione col frullato di lardo di colonnata. sugna bianca. grasso che cola sciolto. mi sdrenerei sull’asfalto, tutto questo mi ha disperso la nevrosi ipercalorica di questi giorni inattivi. insieme alle facce sorridenti al grido di tzigani! yuris! che non si sa bene cosa, ma qualcosa vuol dire. vorrei dormire in una piazza. suolo pubblico. il suolo pubblico è mio – anche alle quattro di mattina. è mio tutto il giorno. dormire tra acqua vento e pioggia sotto un sacco a pelo aperto per due innamorati stremati morti sulle gradinate di piazza del duomo. --- insieme alla faccia sempre più emaciata di chi vuol fare, lo vuole davvero "e se non mi prendono a fare la cameriera, mi toccherà fare il teatro!" meglio. meglio te che una faccia a culo come quella della cameriera del pub-e di stasera. dove c’è gente che si grida in faccia le proprie paure con una sicumera che fa accapponare la pelle. e mi infastidisce. io non vi voglio. rendetevene conto. (e da soli). io non vi voglio. disturbate la mia quiete, prima e dopo la tempesta. me la sono guadagnata a fatica, fatemela godere. avere la benedizione di avere una faccia come celine. non ti disturba più nessuno. quasi quasi me la fotocopio e me l’attacco come una maschera. funziona.

e continua a piovere a sprazzi, con esplosioni in cielo a cinque chilometri e dieci secondi da qui, una liberazione ogni scroscio produce accordi minori di musica eterna – il prossimo passo è venuto fuori con le prime gocce: essere dappertutto. essere in ogni strada, ad ogni bivio, sempre, costantemente. leggere. fare. essere poesia. sto bene, porca puttana, sto bene. vorrei vedere un sorriso per ogni porco dio che celine ha scritto o detto in vita sua. nipponici. farisei. hassidici. sodomiti. frenatori. palafrenieri. indigenti. pagliacci. inculatevi a tutti i morsi. del ghiaccio, presto! a colazione ‘900. insulti. e mogli. e cavalli. acqua. riff d’acqua. melodie deglutite. ingoiare e vomitare. "potrei anche farlo, ma non saprei come registrarmi". ma potresti. vengono fuori inusitatèmi da faccette da bambolina. "sei un imbecille, te lo dimentichi tutte le volte" mi tocca ripetermelo ma almeno mi ascolto. – e continuo a telefonare a vuoto di notte. prima cantavamo "tutta mia la città/un deserto/che conosco" ed era tutto vuoto, assolutamente! solo rospi nei fiumi puzzosi. niente di niente. fare girotondo agli incroci dei viali. camminare e camminare e caminero molinaroli in un disegno di quattro anni fa. i déjà vu terribili che riesco a distruggere con trucchetti semplici ma efficaci. fatemi il piacere. anzi fatemene due: un bicchier d’acqua e un letto in mezzo ad un prato.

ho voglia di una serata passata a farmi riempire da chili di muri di feedback pieno e brodoso in faccia, in culo e in gola – dei falsi velvet underground che schiaccino tutti i colori in un punto solo grande come un palazzo di cinque piani col riporto. farmi i capelli a zero asimmetrici e inchiodati al cranio dal vento ghiacciato come l’aria che esce da una bottiglia d’acqua tenuta in un freezer per anni – fatemi sabato, datemi -- e potevo chiamare, mi sono dimenticato, l’unico amico intenso e introverso che conosco, gli altri o sciacquette o estroversi come un cazzo che spacca i bottoni per uscire allo sbaraglio. chi mi aspetta avrà da aspettare, chi mi sfugge mi tiene col fiato sospeso – di nuovo un’immagine improvvisa di lei morta alla fine e io che posso vederla, ma nemmeno toccarla, mi tocca schiantare di pianto mentre la caricano bianchissima su una lettiga di ferro e mi brucia lo stomaco all’infinito - non potrebbe essere peggio, non potrebbe – ma non resta molto altro, questa serata di bordo tra luglio e agosto ne promette altre trenta tutte uguali, con dei vuoti che potrebbero riempirsi e invece no, con delle illusioni pomeridiane date dalla luce, dalla bicicletta portata con freschezza e rubata con nonchalance e ripresa all’ultimo momento da una faccia decisa che non vuole scuse, solo la bici indietro. – che tipo sei? butch tipe. butch. nomi che non significano un cazzo, ma talatra volta evidemment sì. – vivo così a brandelli che restano pezzi di me un po’ ovunque qua in giro, e li ritrovo per caso, quando meno mi servono, quando magari mi fanno male. aspettare e aspettare e rimandare e come al solito un’estate di vuoto assoluto dovrebbe preludere ad un autunno sfolgorante, ad un inverno intenso, ad una primavera piena di speranze. chissà. mi pare che siamo entrati in un loop sempre più stretto, in cui i giorni durano venti ore, i mesi cinque giorni e gli anni non contano più nulla. cazzo del cazzo!!! voglio una parte nel film. voglio recitare e prendere dei signori soldi. oppure fatemi essere me stesso e sopravvivere lo stesso. il limbo delle comparse comincia a puzzare di sudore compresso. – anche fare l’amore è diventato più simile a una scopata, mi son perso il momento in cui le due cose si sono scollate e non so più dove andare a ripescarlo, o dove tirarlo per riprendermelo, o insomma senza non ci voglio stare. f-u-c-k—y-o-u. sta scritto sulla corteccia di tutti. ad ogni risveglio un film diverso. ogni pomeriggio incontri falsificanti. il terrore è carico. buongiorno!

 

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lato Simone Molinaroli

MANIFESTO PER UN ALLEGRO SUPEROMISMO

Mitragliette skorpio, baionette innestate sulla punta delle dita, panini di ieri, William Burroughs che fugge nella notte inseguito da pattuglie di cosmopoliti intelligenti, frullatori manuali, masturbazioni diligenti, l’asfalto viscido, la guerra non è mai finita. Indosso un sorriso corazzato, progettato alla Wolkswagen, divisione macchine belliche e articoli da guerriglia psichica. Ho voglia di spogliarmi e rimanere a petto nudo, di gridare e versare il cappuccino sulla divisa dello sbirro con il mitra. Questi giorni cominciano male perché finiscono tardi. Con alleati disarmati e sudori semisolidi. Una sfilata di facce di merda e il mio sorriso di merda inventato da uno spacciatore di cuba libre e cubetti di ghiaccio.

Le sirene e i lampeggianti della polizia cosmopolita squarciano la notte. I proiettili ci inseguono e ci sorpassano. A centottanta chilometri all’ora i capannoni della zona industriale ci sfrecciano negli occhi come pubblicità subliminali e zio William è contento. Ride con fiamme verdi negli occhi e batte i pugni sul tetto. Una lezione di sci in equilibrio impossibile e lo zio mi passa un fucile e mi dice dai Charlie. Spara a quei bastardi.

Gli sparerei ma non sono Charlie. Sono stanco e non ho il fucile. Ho un cappuccino blando in mano e tre sbirri mi stanno guardando tutti contemporaneamente. Claudino contrattacca gonfio d’additivi belli poliziotti col manganello, ammanettatemi a pecora. Hanno sentito, i travestiti, ma fanno finta di essere sordi. Come esercitare la sopraffazione quotidiana su chi la invoca come un piacere? Il sistema neurale dei tre moschettieri è in corto circuito.

A fine cappuccino, sul labbrino triste di monsieur le polìsmen, sulla pattuglia cosmopolita schiantata sul muro di cinta di una lavanderia industriale, intravedo il modo per una possibile rivoluzione. Non fare la rivoluzione.

Il fall-out atomico dell’esplosione di tutte le ideologie e la cancrena di ogni speranza prometeica inquina il nostro orizzonte piccolo e disadorno come un monolocale abbandonato dove restano un telefono, il cavo dell’antenna tv, una foto incorniciata di un matrimonio felice, una scritta sul muro del cesso: l’universo è in espansione.

Zio William si fa una risata e dice nulla di tutto questo è vero e infatti scompare con la luce del sole come i vampiri e le valchirie. La contaminazione è capillare. Anche le menti più addestrate contraggono il virus e si autoinghiottono dentro giustificazioni che sono i sintomi stessi del male.

Il barista è un agente, cioè un ammalato. Il mio sorriso è da revisionare. S’inceppa nei momenti in cui è sottoposto a troppo sforzo. Il barista è un agente non-segreto. Tollera tutti in modo direttamente proporzionale a quanto li disprezza. La malattia ha una fase d’incubazione indeterminata. Raggiunta la fase conclamata è inarrestabile. Si manifesta con la terribile sensazione che tutto sia a posto. Il lavoro, il sudore, i sacrifici, the government, le frasi consuete, la retorica putrefatta del barista o per il barista il mio sorriso corazzato da revisionare che non gli riserva niente di buono.

Nel pomeriggio telefonerò all’assistenza, ma stamattina ho voglia di fare due conti, carissimi esaminatori imparziali, giudici disillusi, illusionisti in uniforme. Prima o poi la festa finirà anche per voi cresciuti nel pratico e materno ventre della ricchezza. Per chi soffre la pena mai provata dell’assenza d’avvenire e per chi non l’ha mai pensata. Per chi veste i panni dei nemici, per chi spenge il microfono a chi vuole parlare della realtà. Per chi misura il malessere, per chi studia psicologia, per chi consuma le scarpe degli altri, per chi si nutre del corpo degli amici.

Sono in ottima forma. La resistenza continua. Opposizione, dissidenza, clandestinità. L’inazione diretta è l’unico attacco possibile al sistema. Rifiutarsi di produrre e persino di distruggere.

Non conosco una sola invocazione per fare teatro sintomatico e finto stupore. Devo portare il peso accumulato di mille confessioni. Una massa deforme di quadri astratti e tristi e canonici finali di serata. La guerra è appena cominciata. E’ una bambina che tortura gli animali. Mica un bombardamento chirurgico. Una lotta continua all’arma bianca. Gente sgozzata e lasciata a macerare come monito indelebile.

Go Down Moses cantano gli schiavi incatenati mentre si avviano verso i campi di cotone. Il lavoro qualunque esso sia è un crimine impunibile. Un pericolo retribuito, una schiavitù mediata dalle sovrastrutture socio-culturali.

Il brutto non è essere schiavi, ma il pensare come uno schiavo. I dipendenti del signor Nike, i giornalisti ruffiani, gli scrittori e gli intellettuali, i militari, gli assassini su commissione, chi anche solo di sfuggita ha il coraggio di pensare come Popper che questo è il migliore dei possibili mondi avrebbe il privilegio della scelta, ma ringrazia e chiude gli occhi. Bravo Karl. Se tu fossi ancora vivo, vorrei ucciderti con le mie mani. Il paradiso è aperto ma scelgo di stare a casa mia. Con i miei amici paranoici del complotto, alcoolizzati, misantropi, liberi di ruttare nel vento come un canto di gioia e d’amore.

 

 

 

 

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